Le due sorelle (horror)

Le due sorelle
Alfredo Paluselli

Di due sole cose viviamo: d’amore, e d’assenza d’amore
A.P.

“Presto sarà il compleanno della mamma!” disse Claire impastando la torta profumata.
“Sì Claire, le prepareremo una bella festa! La nostra cara madre merita tutto il nostro impegno” rispose Jessica sistemando gli appunti sul suo libro di fiabe.
“Sto facendo questa torta di lamponi per lei sai? Spero tu sia felice di questa scelta. Ovviamente non sarà esattamente questa torta, diciamo che sto facendo le prove, per essere sicura di non sbagliare!”
“Fai bene Claire, tu non devi sbagliare mai, altrimenti, lo sai che mi arrabbio! Non sarò la sorella maggiore per niente vero?” rispose Jessica accennando il suo peculiare risolino.
Nella cucina calda, tutta piastrellata in color lillà, c’era profumo di vaniglia. Le due sorelle stavano placidamente preparandosi all’ora di cena, perfettamente vestite di viola, con i volti molto truccati, come d’abitudine. I movimenti di entrambe erano così lenti che un qualsiasi spettatore li avrebbe giudicati innaturali. Un perenne sorriso sui loro volti.
“Mangiamo pasta al sugo oggi cara?” chiese Jessica.
“Certo Jessica e dopo cena, mentre finiremo il nostro discorso sull’amore, assaggeremo la torta!” rispose Claire.
“Ti voglio bene Claire”
“Anch’io Jessica, lo sai”
“Più tardi quando sarai tranquilla a letto ti racconterò la fiaba, ho aggiunto dei particolari interessanti, va bene?”.
“Va bene Jessica” rispose Claire alzando i bordi delle labbra in un sorriso ancora più ampio.
Le due sorelle cenarono parlando d’amore e della sua assenza. Dopo cena, spento il fuoco e allineato nuovamente padelle e stoviglie, le due uscirono dalla cucina abbracciate, verso il resto della casa. Il pavimento in legno nel corridoio scricchiolava sotto la moquette rosa e il pendolo in salotto emetteva il suo ipnotico ticchettìo. Le due sorelle percorsero il breve tratto tra cucina e bagno camminando con la solita lentezza e soffermandosi ad ammirare ogni fotografia della madre appesa alle pareti. La debole luce del corridoio faceva sembrare i due dondolanti visi incipriati maschere senza corpo sospese a mezz’aria. Giunte al bagno, Jessica e Claire si struccarono davanti allo specchio, illuminate ora dai riflessi rosso intenso delle piastrelle e dalla tremolante luce gialla sopra il lavabo, una volta pronte si diressero verso la camera continuando lentamente a camminare abbracciate. Giunte proprio di fronte all’uscio il pendolo ruppe il silenzio battendo le undici, le due si guardarono intendendosi. Il solito orario.

Claire si mise a letto sotto le coperte di flanella e guardando fuori dalla finestra notò che era cominciato a nevicare.
“Eccomi Jessica, sono pronta” disse Claire.
Jessica si sedette sul bordo del letto della sorella e aprì il libro.
“Che storia mi leggi?”
“Ma Claire cara, sempre con questa domanda. Ti leggo la storia che ti leggo tutte le sere da quel giorno. La più bella di tutte le storie che ho scritto” disse Jessica. Ci fu un altro sguardo d’intesa tra i due volti felici.
“Va bene ti ascolto” disse Claire accomodando la testa sul grosso cuscino rosa e accomodandosi sotto le calde coperte.
“C’erano due sorelle…” cominciò Jessica “…felici nella loro casa insieme alla madre, ormai anziana e malata, incapace di parlare, ma ancora attenta. Le due sorelle amavano infinitamente la propria madre e quando venne il compleanno di lei decisero insieme di farle un regalo bellissimo. Si misero a cucinare per preparare una deliziosa cena a sorpresa: pasta al sugo, rognone e un’ottima torta ai lamponi. Per il dopo cena prepararono un magnifico regalo a sorpresa. In tutta la casa c’era profumo di vaniglia: la fragranza preferita dalle tre donne. Venne la sera e le due sorelle aiutarono la madre a sedersi a tavola e mangiarono insieme nella cucina color lillà. Arrivate alla torta dissero alla madre che era quasi l’ora di ricevere il regalo. La vecchia rimase come sempre impassibile ma le due figlie, che la conoscevano bene, sapevano quanto apprezzava i regali. Finito il dolce le sorelle si guardarono ed estrassero dal cassetto una lunga e grossa corda di canapa. ‘Ecco il regalo!’ dissero, ‘Sei contenta?’. La madre le guardò, quasi immobile, senza capire. ‘Oh povera mamma non capisci? Ti aiutiamo noi’ disse la maggiore delle due sorelle. Così, mentre una delle due creava un cappio insaponato con un lato della corda, l’altra saliva sulla sedia per passare l’altro lato sopra un grosso travo sul soffitto della cucina. Finite queste operazioni sotto gli occhi vigili della madre immobile, le due le misero il cappio al collo con la stessa attenzione che avrebbe meritato una collana d’oro. Si alzarono in piedi, presero il lato della corda penzolante dal travo e dissero in coro ‘ecco madre il tuo regalo!’ Così iniziarono a tirare forte fino a quando l’esile corpo non si trovò quasi sollevato. L’anziana signora cercò istintivamente di dimenarsi con le pochissime energie ma non c’era scampo alla corda in trazione. Le due tirarono ancora più forte e la madre si trovò con i piedi staccati da terra, esalando l’ultimo respiro. Le due sorelle affaticate legarono il capo della corda ai piedi del pesante mobile della cucina e si guardarono soddisfatte, vicino alla madre dondolante senza vita.”
“È una storia bellissima, oh scrivi così bene!” disse Claire.
“Grazie cara!” rispose Jessica.
“E come va a finire, cosa successe dopo?” chiese Claire. Dalla finestra ora si intravedeva una leggera pioggia illuminata dalla luce arancione dei lampioni. La pioggia, cadendo sulla neve di poc’anzi, non emetteva alcun rumore.
“Le due sorelle volevano tenere la madre con loro ma vennero uomini cattivi, parlarono di suicidio, e la seppellirono nel cimitero vicino a casa. Le persone del paese non credettero alla storia del suicidio dicendo che da sola, quella donna quasi immobile dalla vecchiaia, non avrebbe potuto preparare la corda e soprattutto non avrebbe potuto sistemarla sopra il travo. Incolparono le due povere sorelle ma la polizia non avendo prove archiviò il caso. Da quel giorno le due sorelle furono da tutti considerate pazze e la gente del paese le evitava. Non avevano contatti con nessuno, solo un gruppo di bambini si appostava a volte di fronte alla loro casa ridendo di loro. Ma le due sorelle sapevano di aver donato all’amata madre una condizione più tranquilla e di averla liberata dalle limitazioni del corpo malato. Ora la madre era per sempre vicino a loro e l’amore poteva continuare senza interruzione, in eternità!” concluse velocemente la sorella maggiore.
“Grazie Jessica” disse Claire “adoro questa favola. Ogni giorno aggiungi piccoli particolari alla storia e diventa sempre più bella.”
“Sì, ma ora è tardi, dormiamo ora, domattina porteremo le caramelle alla mamma.” così dicendo Jessica spense la lucetta ed entrambe si misero a dormire con il consueto particolare sorriso fissato sul volto.
Il mattino seguente le due sorelle si alzarono e andarono a far visita alla madre. Appena uscirono di casa, scappò via ridendo un intero gruppo di bambini appostato dietro il muretto sull’altro lato della strada. Era domenica, e il sole non aveva ancora sciolto il pantano creatosi nella notte con la neve e con la pioggia. Arrivate al vicino cimitero si recarono alla tomba della madre e, sedute in fianco, le fecero dono di una busta di caramelle alla vaniglia. Da quando era morta la madre, ogni domenica, avevano portato una confezione di caramelle sulla sua tomba, senza mai ritrovarle la volta successiva.
“Vedi Claire, anche questa volta la mamma ha apprezzato le caramelle” disse Jessica.
“Sì cara sorella, le piacciono proprio!” rispose Claire. Dicendo questo notò con sorpresa un grosso gatto marrone che la fissava immobile da una tomba vicina.
Claire e Jessica tornarono a casa, alla loro vita lenta e ripetitiva. Nel passare dei giorni tutti uguali, le due sorelle si truccavano senza mai uscire di casa, se non per far visita alla madre ogni domenica mattina e per le provviste il martedì. Al cimitero, col passare del tempo, notarono con stupore la presenza costante del gatto marrone: ogni domenica quel felino silenzioso, a pochi metri da loro, osservava immobile il loro saluto alla madre. Nessuna delle due sorelle, stranamente, ne fece mai cenno all’altra.
Nelle uscite del martedì la gente del paese le indicava e le malediva alle spalle, ma le due nemmeno si accorgevano dello scompiglio che la loro presenza provocava in società. A volte i bambini le indicavano ridendo, qualcuno di loro intonava un coretto infantile: ‘sorelle caramelle, sorelle caramelle, sorelle caramelle…’ ma immediatamente dopo scappavano tra paura e scherno nell’indifferenza abissale di Jessica e Claire.
Dopo qualche settimana venne la sera del compleanno della madre. Claire preparò la torta ai lamponi mentre Jessica preparò una bella confezione di caramelle alla vaniglia, misero tutto in una grossa borsa di pelle nera e si prepararono a far visita alla madre. Arrivate alla tomba si sedettero ed estrassero dalla borsa le caramelle e la scatola con la torta. Ne tagliarono tre fette ponendone una sulla terra di fronte alla lapide. Era ormai buio e le due sorelle cominciarono a mangiare la torta. Il rosso dei lamponi si mischiò a quello dei rossetti e presto le loro bocche divennero un’enorme sbavatura sui loro rugosi bianchi volti incipriati. Mangiarono avidamente ogni briciola di torta. Mentre stavano per terminare sentirono uno strano rumore nel cimitero deserto. Una leggera brezza iniziò a soffiare, faceva freddo. Il rumore si ripetè.
“Guarda!” disse ad alta voce Jessica.
A pochi metri da loro il grosso gatto marrone le stava guardando con un topo agonizzante in bocca. Mentre il topo cercava di divincolarsi dal morso del gatto quest’ultimo sembrava impassibile e continuava a fissare Claire diritta negli occhi. Il topo si dimenò ancora ma presto in quell’essere non ci fu più vita, il gatto fece qualche lento passo verso le due sorelle e aprendo la bocca depositò il topo ormai morto proprio tra i loro piedi. Dopodichè se ne andò da dove era venuto.
“È la madre che ci fa un regalo, oh finalmente.” disse euforica Jessica, “È un regalo della mamma!”
Claire sembrava però perplessa e impaurita.
“Non capisco” rispose la più giovane.
“Ma come non capisci? È nostra madre che finalmente ricambia il nostro amore! Come fai a non vedere ciò che è evidente! Dopo tutto questo tempo ha voluto farci questo splendido regalo!” disse Jessica e così facendo raccolse il topo morto da terra con le mani, lo ammirò accarezzandolo, lo alzo verso il cielo e disse “Grazie madre!”. Detto questo abbassò il topo verso la sua bocca e golosomante lo morse decisa. Il sangue del topo sul volto di Jessica si mischiò ai lamponi e al rossetto e iniziò a gocciolarle sul mento e sul collo. La coda del topo penzolò per un attimo dalla sua bocca ma lei subito la risucchiò ingorda, masticandola. Tra le mani teneva come una reliquia il topo massacrato e sanguinante. Dietro di lei i lampioni arancioni illuminavano uno stormo di corvi appoggiati su una tettoia. Diede un altro vorace morso e passò poi con reverenza quanto rimasto alla sorella minore.
“Ecco ti ho lasciato anche la testa, è sicuramente la parte più deliziosa. Mangia!” ordinò Jessica.
Claire prese i resti sanguinanti del sorcio con le mani e restò immobile per qualche secondo, titubante.
“Su!” disse con autorità Jessica.
Claire si fece coraggio e diede un solo piccolo morso.
“Preferisco lasciare la testa alla mamma, se è la parte più buona la merita lei” disse Claire col mento insanguinato appoggiando la fredda testa del topo vicino alla torta ai lamponi. Sembrava smarrita. Jessica si sorprese ma non volle rovinare quel glorioso momento e si sforzò per trattenere un accenno di rabbia dentro sé. Le due sorelle tornarono a casa e, con la solita lenta procedura, dopo essersi struccate e lavate da sangue e lamponi, si prepararono ad andare a letto. Jessica si sedette al fianco di Claire e iniziò a leggere la storia.
“No Jessica, questa sera non voglio” disse con timore Claire. La sorella maggiore rimase nuovamente sorpresa e questa volta non riuscì a nascondere il dissenso, ma dopo un incomprensibile brontolìo acconsentì controvoglia.
Il giorno seguente ci fu una sorta di tacito accordo tra le due e non si parlò della fiaba non letta né di altro riguardante la sera prima. Il tempo passò con un insolito gelo tra le due sorelle. Il ticchettìo del pendolo in salotto, interrotto dal battito delle ore, fu l’unico suono in quella casa fino all’imbrunire.
Al solito orario Jessica si apprestò comunque a leggere la storia a Claire. Ma la sorella minore, come una ragazzina che inaspettatamente e improvvisamente ostenta maturità, si rifiutò di ascoltare.
Jessica non potè più trattenere l’ira e scoppiò furiosa:
“Cosa ti sei messa in testa? Tu DEVI ascoltare questa storia, è tuo dovere, come è mio dovere raccontartela! Non vorrai farmi arrabbiare? Lo sai di cosa sono capace!” urlò Jessica rabbiosa di fronte al rifiuto inatteso della sorella minore.
“No Jessica, non voglio più sentire quella storia, e a dir il vero non so se quello che abbiamo fatto sia giusto.” rispose Claire sfoderando l’inconsueta audacia. Jessica rimase interdetta e lanciò una minaccia alla sorella: “Te ne pentirai!”. Nella notte restarono entrambe sveglie, senza dire nulla, nei loro letti vicini, tra le mura rosa della tiepida camera, pensando ancora all’amore e alla sua assenza, una con collera, l’altra con angoscia.
Venne mattino e le due sorelle si ritrovarono di nuovo in casa divise però da una barriera impalpabile. La stessa casa che fino ad allora era sembrata una tana sicura, ora pareva una scomoda gabbia. L’emancipazione improvvisa di Claire, inattesa, quanto tardiva e sconcertante, aveva ricacciato Jessica in una condizione di autorità insopportabilmente friabile. Fu costretta a riprendere le redini della situazione.
“Cara, vorrei farti vedere una fotografia della mamma! Questa non l’hai mai vista, vieni!” disse Jessica dalla cucina.
“Arrivo!” rispose Claire dal bagno dove stava lavando dal sangue di topo i vestiti della sera prima.
Claire si diresse in cucina e appena aperta la porta trovò la sorella completamente vestita di rosso e con il rossetto sbavato su tutto il viso. Stringeva un lungo coltello da cucina in una mano e la testa del topo nell’altra. Era uscita la notte per prenderla dalla tomba della madre?
“Ma cosa.. cosa?” disse balbettando Claire.
“Adesso ti insegno come si scrivono le storie! Vedrai che bel capitolo scriverò!” urlò la sorella invasata. Dicendo questo piantò il coltello nel collo di Claire e subito dopo in un’ondata di incontenibile e totale pazzia lo ripiantò nella spalla e poi ancora nell’addome, nei fianchi e ancora nello stomaco. Il pavimento della cucina divenne immediatamente un lago di sangue: il rosso e il lillà brillavano riflessi negli occhi di Jessica e sul suo volto soddisfatto e deformato da un compiaciuto ghigno diabolico a bocca aperta.
“Ecco sorellina la lezione che volevi, eccola stai imparando vero? Ecco lasciati insegnare sorellina!” urlava rabbiosa Jessica piantando ancora ripetutamente il lungo coltello nel corpo dilaniato della sorella. Claire, ormai esangue, morì con il tempo necessario solo per due ultime parole:
“Madre perdonaci!”.
Jessica aprì la bocca della sorella morta e ci infilò dentro con forza la testa del topo che aveva fino a quel momento stretto nella mano, prese dal tavolo il libro delle fiabe e si chinò sul lago di sangue vicino alla sorella con il coltello ancora piantato tra i seni.
“Ecco sorellina cara” disse Jessica ritornata d’improvviso tranquilla “ora ascolterai la fiaba, starai zitta, vero? Ora fai la brava tesoro, vedrai che questa volta non verranno quegli uomini cattivi, resteremo sempre insieme, vedrai…!”
Dicendo così iniziò a leggere la fiaba:
“C’erano due sorelle…”