Storia di fine anno (malinconico)

Storia di fine anno
Alfredo Paluselli – 29 dicembre 2016

Quando il vecchio Mario salì in macchina erano quasi le otto della sera.
Pensò che non si era mai seduto su un’auto così bella.
Entrando e sedendosi al posto del passeggero guardò suo figlio seduto al volante. Non si vedevano da quattro anni.
«Ciao Massimo.»
«Ciao papà, come stai?»
«Sono stato peggio, ma anche meglio. Tu?»
«Io abbastanza bene, a pranzo ti racconterò.»
L’auto partì scattante mentre sulla via alcuni ragazzini giocavano facendo esplodere piccoli petardi.
Veloci, tra le vie della città, i due passeggeri non parlavano, silenziosi con i loro pensieri, pur non vedendosi da così tanto tempo. Ci vuole tempo per sciogliere il ghiaccio quando ricopre i cuori di due uomini.
Durante il breve tragitto, il più giovane, Massimo, cercò di immaginare e di sviluppare una strategia di comunicazione da utilizzare con il vecchio padre. Era abituato a programmare sempre tutto, anche i dialoghi. Solitamente era in grado di manovrare le conversazioni e portarle dove lui voleva. Una capacità, questa, che gli aveva assicurato tanti successi.
Mario, guardava invece assorto la città passare fuori dal finestrino. Pensava che ormai sapeva tutto della vita e, proprio per questo, non ci aveva capito nulla.
Pochi li avrebbero indicati come padre e figlio. Diversi nel carattere e anche nell’aspetto. Distanti, ora come un tempo, ma pur sempre legati da un naturale vincolo di sangue.
Massimo parcheggiò l’auto di fronte al ristorante e Mario ruppe il silenzio.
«Sai questa una volta era l’autorimessa di zio Franco. Venivo qui e passavo i pomeriggi riparando la mia Lambretta con i suoi attrezzi. Proprio lì – disse indicando un cartello pubblicitario – c’era una panchina dove ci sedevamo a chiacchierare. Fu dove io e tua madre ci scambiammo il primo bacio.»
«Va bene papà, oggi è l’ultimo giorno dell’anno, cerchiamo di essere allegri. Ho prenotato il tavolo all’angolo vicino alla vetrata. In questo periodo non sai che fortuna sia riuscire a riservare un bel tavolo per pranzare, e qui fanno un pesce perfetto!» disse Massimo spegnendo il motore e aprendo la porta per scendere dall’auto.
Il ristorante era pieno di gente allegra in clima di festa. Alcuni scambiavano regali di Natale tardivi tra falsi sorrisi e ipocriti auguri. L’ambiente, abbellito da decorazioni natalizie, contrastava con gli arredi in stile asiatico.
«Come ti è sembrato il cibo papà?»
«Tutto buono, ma sembra caro» disse Mario consultando il menù per scegliere il dolce.
«Beh sì, è un ristorante piuttosto ricercato ma non ti preoccupare, oggi sei mio ospite.»
«Come sta Stefania?»
«Bene grazie, ti saluta. Stiamo provando ad avere bambini ma per il momento non arrivano. Ma è tutto apposto.»
«Un nipotino, mi piacerebbe sai?»
«Lo so papà. Ma arriveranno non preoccuparti.»
«Lo spero per voi, ma non credo che avrò il tempo per vederli crescere. Come va l’azienda?».
«Bene papà, infatti ho voluto pranzare con te oggi perché ho una cosa da dirti. Spero non ti dispiaccia. Ci ho riflettuto molto, anche con Stefania. E, beh, senza tanti giri di parole, siamo giunti alla conclusione di vendere.»
«A chi?»
«C’è una cordata di imprenditori cinesi che vogliono acquistare l’azienda per farsi largo nel mercato europeo. Trattiamo da due mesi, e ora siamo giunti ad un accordo. Purtroppo pagano poco rispetto al valore e probabilmente sostituiranno molti dipendenti con personale cinese. Hanno anche un piano per delocalizzare. Ma io ne uscirò bene. E io in fondo devo pensare alla mia famiglia.»
Arrivò il cameriere, padre e figlio ordinarono due semplici coppe di gelato alla nocciola con Grand Marnier. Seguirono alcuni minuti di silenzio. La conversazione ricominciò solo quando sul tavolo arrivarono le due coppe di gelato.
«E non pensi alle famiglie dei tuoi dipendenti?” chiese Mario ammirando la ricchezza del dolce appena ricevuto. Ricordò per un momento la fame patita durante la guerra.
«Papà lo so che sarà dura per loro. Ma cosa posso fare? Molti mi odiano e l’altro giorno ho trovato la macchina rigata.» rispose Massimo riempiendosi la bocca di gelato senza nemmeno averlo guardato.
«Molti di loro li ho assunti io. Lavora ancora lì Peter?»
«No, è andato in pensione l’anno scorso. Ma la concorrenza ci sta schiacciando. Anche se tenessi l’azienda non so se riuscirei a garantire a tutti loro un futuro.»
«Almeno Peter è in pensione… devo andare a trovarlo.»
Massimo chiese il conto. Poi si rivolse nuovamente al padre che sembrava aver accolto la notizia della vendita con inaspettata noncuranza.
«E tu babbo come stai?»
«La mamma è morta l’anno scorso.»
«Mi è stato detto, anche se non la vedevo da anni. Non sono andato al funerale perché ero impegnato, ma tanto a che sarebbe servito. Non la vedevo da dieci anni ormai.»
«Io ci sono stato sai? E ho pianto. Ho pianto tanto.»
«Tu? Per la mamma? Dopo tutto quello che ti ha fatto? Dopo quello che CI ha fatto?»
«Sì» rispose Mario guardando suo figlio negli occhi per la prima volta in tutta la serata. Per la prima volta da anni.
Massimo restò impietrito, ma dentro ebbe una sensazione di calma, quasi di soddisfazione. Si accorse che non era riuscito a manovrare la conversazione e che, anzi, era il vecchio padre a condurre i giochi.
Mario distolse nuovamente lo sguardo e continuò:
«Le giornate sono lunghe quando sei in pensione e sei solo. Un giorno particolarmente triste la chiamai, era febbraio e faceva freddo. Forse volevo solo sentirla, e non sentirmi più così solo. Con mia sorpresa lei fu felice della chiamata e dopo qualche chiacchiera decidemmo di incontrarci. Fu bello rivederla. Lei si presentò elegante e bella come sempre, come se il tempo per lei non passasse mai, anche se dentro era triste.
Ci rimettemmo assieme. Andai a vivere da lei e fu come vivere una seconda giovinezza. Per entrambi. Anche se era spesso malinconica vedevo che con me ritrovava una sorta di gioia. Forse il suo era un ricordo del passato o forse solo l’illusione di essere tornata a vivere i tempi in cui tutto andava bene. Tempi spensierati e felici. Poi, meno di un anno dopo, mentre ero al parco a passeggiare, ricevetti una chiamata. Era l’ospedale. Margherita era stata ricoverata d’urgenza. Presto capii il motivo della sua perenne tristezza. E capii perché mi aveva tenuto all’oscuro di tutto. Le restavano pochi mesi di vita. E lo venni a sapere così, guardandola distesa incosciente in un letto di ospedale. Quello fu il primo momento in cui mi accorsi di quanto era invecchiata. Come se il suo corpo si fosse d’improvviso ribellato alla vita. Morì poco dopo. Con solo me accanto.»
Massimo non rispose, non disse nulla. Provò pace nel sentire la storia dei suoi genitori che, dopo tanto odio riservatosi nella vita, avevano ritrovato una sorta di amore tra loro. Anche se tardi.
«E tu? Tu come stai papà?»
«Io? Io sono vecchio ormai figlio mio. Non conto più nulla. Sono solo e tutti i miei amici sono già passati a miglior vita. Con la morte di Margherita ho capito quanto sia vicina anche la mia fine. E lo spettacolo che vedo intorno in questi miei ultimi tempi sulla scena, beh è uno spettacolo che mi rattrista. Ho attorno un mondo che non capisco. Popolato da giovani che non combattono, e da vecchi che si rassegnano. Vedo quello che ho creato che si autodistrugge in nome del denaro e che non resta più nulla di buono. E la cosa che mi rattrista di più è che le macchine sono più belle, le donne sono più belle, le strade, le case, i vestiti… tutto è più bello. Tutto è migliore e più bello. Eppure tutto ha perso il suo senso. Anche il valore della felicità, si è perso.»
Mario ora guardava il figlio dritto negli occhi senza la minima intenzione di distogliere lo sguardo. Dalle rughe del suo viso trapelava consapevole fermezza. Le sopracciglia arcuate, la voce profonda e potente.
«Ma papà..»
«No, non parlare. Ora venderai la società e tanti ti odieranno per questo. Ma a te non importerà perché avrai i soldi per andartene. E potrai essere felice e spensierato lontano da qui. E forse fai bene, chi sono io per giudicare? Io che non lavoro più da anni e io, che forse non ricordo più nemmeno come si fa. Ma lasciami dire una cosa. La felicità che proverai tu non sarà nulla rispetto alla felicità che avevamo noi. Noi eravamo poveri, ma uniti. Affamati, ma forti. Stanchi, ma soddisfatti. Noi combattevamo per qualcosa, sempre. Lo facevamo nei boschi per raccogliere la legna per l’inverno. Lo facevamo in guerra, per mantenere salde le amicizie. E lo facevamo nella vita, per poterci guardare negli occhi senza vergogna. Tu cosa sai di tutto questo?»
«Papà anch’io ho combattuto..»
«No, tu non sai cos’è combattere. Ma non è colpa tua. Ti sei solo adattato ai tempi che hai trovato. Così come io feci al mio tempo.»
Mario sembrava ora più calmo, forse aveva esagerato, e per un attimo pensò dentro di sé che suo figlio, in fondo, non era poi così male.
«Domani inizia un nuovo anno figlio mio. Forse questo sarà l’ultimo capodanno per me, e in fondo, in fondo non mi dispiacerebbe se andasse così. Ora ti lascio libero, sarai molto impegnato, e stasera chissà dove e quanto festeggerai. Io me ne starò a casa, come sempre, ma va bene così. In fondo di salute sto abbastanza bene, e questo è già molto. Tornerò a casa a piedi, mi fa bene sai? Me lo ha detto il medico. Ti auguro buona fortuna. Ma lascia che questo vecchio ti dia ancora un ultimo consiglio: ogni tanto, anche se sei ancora giovane, fermati e prova a valutare con la testa di un vecchio tutto ciò che hai.»
Mario non disse altro. Non c’era altro da dire.
Si alzò e uscì dal ristorante incamminandosi sotto al suo cappello nella invernale e fredda giornata assolata.
Massimo dai vetri del ristorante lo guardò allontanarsi. Si sentiva commosso, pensò che era stato bello pranzare con papà e che, in fondo, quel vecchio, non era poi così male.
FINE