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Lettera ai firmatari dell’Unità Fiammazza, 1950

Verso la fine degli anni ’40 Alfredo Paluselli si interessa appassionatamente dei problemi sociali della Val di Fiemme entrando nell’Unità Fiammazza, partito politico con lo scopo principale di realizzare il Piano Triennale. I punti che interessano di più a Paluselli sono la realizzazione dell’ospedale a Cavalese e l’inizio del piano Zorzi (spingere la lavorazione in loco della grande quantità di legname prodotta in Val di Fiemme). Fiemme produce infatti in quegli anni un’enorme quantità di materia prima di grande pregio ma la esporta tutta, lasciando ad altre zone l’opportunità di lavorazione. A seguito di forti critiche ci fu un processo tra l’istituzione della Magnica Comunità di Fiemme e Paluselli. Perse quest’ultimo.

In queste tre pagine gli estratti, i più personali, della lunga lettera che Paluselli inviò, a processo concluso, ai firmatari del Piano Triennale dell’Unità Fiammazza nel 1950.

VICINI DELLA COMUNITA’!

[…] Dato che la mentalità di noi montanari si forma attraverso una particolare e isolata lotta per l’esistenza, legata e subordinata al clima e alla nostra posizione e altitudine geografica, la nostra mentalità ha una fisionomia molto diversa di quella di chi vive nei centri urbani. Noi pensiamo, che solo quando l’uomo si è formato un carattere e che sente anche un ideale per la vita, che questo ideale è disposto con costanza e convinzione a difenderlo e per esso a lealmente battersi, è maturo per abbracciare una fede politica e può così dare il suo contributo a risolvere gli attuali e futuri impellenti problemi sociali. […]

A meno che gli uomini, con gli attuali mezzi di distruzione, non provochino un apocalittico diluvio universale, l’ordine futuro che stabilirà la convivenza sociale del mondo, è storicamente incanalato verso sinistra, e cioè verso il cooperativismo e la nazionalizzazione.
Sia però detto chiaro, che secondo noi, il cooperativismo e la nazionalizzazione, nelle nostre valli alpine, non vanno impostati con fanatismo ma applicati in modo che si rendano vantaggiosi all’economia, per il beneficio della collettività.

I centri urbani saranno il motore propulsore, e noi periferici della montagna, ci troveremo di fronte al fatto compiuto e si passerà al nuovo Ordine anche se la maggioranza sarà inerte o contraria. […]

Durante la fase del nostro processo, sulla stampa che non pubblicava gli articoli in nostra difesa, con il calcolo cattivo di denigrare la nostra persona, qualcuno la cui viltà non gli ha permesso di firmarsi, assieme ad altre stupidaggini, ci ha anche incolpato di avere fondato il fascio di Ziano (del resto anche fosse vero, è forse plausibile infangare una persona, perché 25 anni fa, in uno slancio, giovanile e in buona fede, fondò un fascio?).

È vero invece che, rimpatriando nel 1925, nel nostro fardello morale di emigrante, portammo dal nord una ardente passione sportiva che abbiamo immediatamente infusa nella nostra gioventù, fondando, (anche allora lottando contro mille ostacoli e fra la generale indifferenza e derisione) lo sci club Ziano, dal quale, spronati dal nostro esempio, ed affiancati dalla nostra passione e sostegno, sono usciti tre campioni: Giuseppe Zanon, Giovanni Paluselli e Federico Deflorian, i quali nella leale lotta sportiva, sulle montagne d’Italia e d’Europa, in cento competizioni, negli ultimi 20 anni, si misurarono e si batterono con la più forte gioventù del mondo, onorando la Nazione e contribuendo alla notorietà e al prestigio turistico-sportivo della nostra valle.

Ci hanno anche incolpato sui giornali di doppio gioco. Tutte le S.S. che abbiamo conosciuto possono testimoniare (alcuni abitano a Innsbruck) che noi, per carattere, abbiamo sempre guardato loro con franchezza negli occhi, sfidando tante volte il pericolo, e dicendo bianco al bianco e nero al nero. Se in certi delicati casi, data la situazione creatasi dopo l’8 settembre 1943, come tutti gli uomini di cuore, quando c’era in pericolo la vita delle persone, per salvare il salvabile, la tattica esigeva il doppio gioco, non ci vergogniamo né ci vantiamo. Possiamo dire che più che doppio gioco, il nostro intervento era basato sull’ascendente e sul sincero spirito di ragionamento umano, da uomo a uomo, che con l’educazione e il carattere sincero dei tedeschi, in via di massima, ha effetto favorevole. Quasi un anno prima della liberazione, quando i nostri migliori uomini della resistenza erano caduti o fatti prigionieri, ed era chiaro che la resistenza nelle ‘Prealpi’ avrebbe avuto gravi conseguenze per la valle, abbiamo cambiato zona. Per questo la nostra famiglia fu sotto il continuo pericolo di finire a Matthausen, e le nostre case in montagna furono confiscate ed occupate.

I falsi seguaci di Mussolini ed ora opportunamente democratici, per non rovinarsi la posizione, si guardano bene dal pronunziarsi, anche se le cose andassero male: essi stanno zitti e continuano il losco gioco. Questa è la nostra peggiore piaga, ed è proprio questo contegno di una parte di quei ancora «par sora», che rappresentano la categoria più colta e che avrebbero il dovere civile di guidare il popolo sulla buona via, che mantiene oscuro l’orizzonte, scoraggiando anche gli uomini di iniziativa e di buona volontà. Basta dare un’occhiata in giro e vediamo subito che una parte di quei «par sora» sono quelli che durante il passato quarto di secolo fascista si associavano con slancio alla marea degli sghignazzi beffardi e al giubilìo, quando, di tanto in tanto, il loro duce, dinanzi alle folle oceaniche, condannava la demagogia democratica, o si aggrediva e si massacrava la gente che aveva il torto di pensarla democraticamente.

Questi eroi, il 25 luglio 1943 si sono ben guardati di muovere un dito per liberare il loro capo, come altrettanto, si sono ben guardati, dopo di avere predicato che il duce ha sempre ragione, di andare a fare la guerra fascista; a obbedire, a combattere e a morire, è andata la gioventù innocente!

Si dirà: ‘ma qui da noi non hanno fatto del male’: noi rispondiamo che i gerarchetti erano tali, perché volontari e, incominciando dai membri del direttorio locale, essi, generalmente, venivano scelti fra gli individui servili e deboli, poiché questo si rendeva indispensabile al sistema gerarchico di quei tempi. Questi servitori, volontariamente o no, anteponevano le direttive del loro partito alla volontà popolare, rendendosi così complici della disastrosa politica generale del regime da essi servito.

Se la reazione democratica, non avesse posto fine alla loro passata insana politica, questi individui, continuerebbero a servire ancora. Benché, anche se da noi, l’epurazione è passata invece che col «manego del bedòl» con un ramoscello d’olivo, la verità, anche se vecchia e disgustosa, è rimasta e purtroppo ne sopportiamo ancora il suo peso e le conseguenze.

Con questo non intendiamo attaccare personalmente nessuno, esprimiamo solo il nostro pensiero e ci chiediamo cosa che, specialmente dagli opportunisti, i quali hanno contribuito con la loro malafede al naufragio del fascismo e che nell’attesa di tradire un futuro partito, hanno disertato in campo democratico, quale ricostruzione morale ed economica si può aspettarsi da loro.

È vero, sono democraticamente ai loro posti (questo dimostra l’urgente bisogno di istruzione democratica fra il popolo, attraverso la stampa), ma questo non toglie di dover affermare che a questa categoria, che ha seguito la passata sfasata corrente, che non si è pentita e perciò spiritualmente epurata, mancano tutti i requisiti base per avviare e dirigere le cose pubbliche con amore e con sincero spirito democratico.

Sì, è vero, la democrazia stenta in Italia a segnare il passo, ma la colpa non è dei principi democratici, bensì del terreno ispido lasciato dal passato regime. In un campo infestato dalla gramigna, il seme non rende il frutto desiderato! […] Dobbiamo dire anche questo: se la nostra corrente politica dovesse portare all’Italia il male che ha portato il fascismo, noi aderenti volontari, per logica, dobbiamo sentirci corresponsabili. Però non c’è nessun motivo né indizio che ciò avvenga, poiché le persone che abbiamo alla testa, sono uomini provati. Se ci sarà un intervento chirurgico, non sarà provocato dall’ambizione di pochi avventurieri, ma l’atto è legato indissolubilmente e infrenabilmente all’evoluzione della storia e al progresso della civiltà. Tutte le evoluzioni e rivoluzioni che registra la storia, convalidano la nostra asserzione.

Sentiamo che proprio oggidì in questo arduo inizio di ricostruzione democratica, chi è alle direttive della cosa pubblica, deve avere un passato pulito e dare delle garanzie di carattere morale-politico, positive. Su questo punto che influisce notevolmente sul predestino del presente e del futuro della nostra convivenza, si deve fare una questione di principio. Sta nella logica delle cose, che, chi non può offrire queste garanzie positive, anche tentando di essere attivo nelle sue azioni, parte in anticipo svantaggiato e perciò non ha la forza di dare l’indispensabile appoggio per lo sviluppo della giovane e ancora debole democrazia.

Siamo giunti dinanzi all’alternativa o ubbidire la voce della coscienza e fare dell’argomento sopra esposto una questione di principio o lasciare correre, che significa contribuire alla dissoluzione dei valori morali.

Un padre, conscio dell’attuale realtà come deve comportarsi verso i suoi figli? Deve essere non sincero e dire loro: siate galantuomini nella vita e avrete fortuna; o deve premunirli dicendo loro: arrangiatevi e sarete stimati? […]

Così noi quassù, nella solitudine e tranquillità delle altezze, ci siamo accinti in un primo tempo a osservare l’essere del mondo, dell’uomo e della sua storia e, in secondo tempo siamo passati a meditare, e quale frutto della nostra ruminatura, vi offriamo queste pagine che tendono a cercare le cause ultime delle nostre cose: la verità. […]

Ha vinto la corrente dei paurosi, dei rassegnati e degli interessati. Questa corrente, oltre ad essere anti progressista, purtroppo lega allo stesso misero destino anche noi, la minoranza, la quale vorrebbe per diritto di eredità e di civismo, dignitosamente vivere e progredire. Se i Fiammazzi di una volta fossero stati come la maggioranza di quelli di oggi sarebbero dei secoli che la Comunità non esisterebbe più. Le cose in Fiemme, nella ricchissima miniera del legno, vanno male e la colpa non può più essere attribuita alla dittatura fascista, agli italiani, ai Mendini o agli impiegati. Questa volta la colpa è unicamente del Fiammazzi! […]

Osserviamo le stelle come seguono nella loro orbita l’eterno movimento ordinato. Guardiamo una foglia e vediamo come la sua ramificazione è armoniosamente convogliata verso un ordine costruttivo centrale, legato alla radice della pianta. Diamo un largo sguardo all’ordine perfetto dei corsi d’acqua, che da opposte sponde iniziano la ramificazione in ruscelli, per poi associarsi, prima in torrenti, poi in fiumi e così raggiungere ordinati ed uniti il mare. Così, anche Unità Fiammazza che già con il suo nome simboleggiava l’unità e la concordia in Fiemme, per il buon senso dipendente dall’ordine della naturale logica, intendeva riunire tutte le correnti sociali della Valle, per assieme fronteggiare lo sbandamento e incanalare nel suo naturale alveo, l’anemica Comunità immettendole una nuova e fresca vitalità, quale essenza di un ordine severo e rettilineo, ma sentitamente democratico, basato su un rigido assetto statutario e organizzando la sua futura attività con il programma che è sintetizzato dal Piano Triennale. […]

Noi si voleva rinnovare con i fatti, seriamente e radicalmente, le direttive della Comunità; eravamo sicuri del successo e a quest’ora, il Piano Triennale, sarebbe un fatto compiuto! Ripetiamo, che noi si aveva la certezza di riuscire: l’affezione alla valle, la fiducia in noi stessi, nella parte viva ed attiva dei vicini e la fede nel nostro Piano, ne erano la garanzia. Non abbiamo vuote fantasticherie per la testa, la miniera del legname c’è nella valle e avendola sfruttala razionalmente, in Fiemme tirerebbe un altro vento, la Comunità avrebbe un altro aspetto e un altro prestigio!

Se vediamo le nostre possibilità e facciamo il confronto con quello che si fa altrove, specialmente all’estero, la nostra situazione è addirittura avvilente, ridicola e molto stupida! In via di massima, a chi si accinge a una impresa difficile, le prove del passato sono la garanzia per il futuro. Con le sole nostre forze, in una ventennale estenuante lotta contro il clima, contro gli elementi, e spesso contro l’isolamento, compromettendo anche la salute, siamo riusciti a dire una parola nel ramo turistico-alpino e a vantaggio di Fiemme.

Per riconoscenza, c’è anche chi ci deride; pensiamo che sia di molto cattivo gusto, criticare e deridere un ferito di prima linea, da parte degli eroi che si logorano la vita nei caffè delle comode retrovie, e da parte dei soliti sapientoni, che credono che a S.Lugano finisca il mondo, perché la cieca fortuna e l’astuzia, concede loro una vita comoda all’ombra del proprio campanile. Abbiamo contribuito a scoprire e a valorizzare turisticamente per il bene della valle una nostra zona dolomitica.

Questa bellissima zona è l’alta valle del Travignolo che è una fra le più suggestive delle Dolomiti, ed è chiusa ad est dalle maestose Pale di Fiemme, erroneamente chiamate dai Fiammazzi, Pale di S. Martino. Ricordiamoci, che, geograficamente, queste Dolomiti appartengono a Fiemme e quando lanciate il vostro sguardo nell’orizzonte e che esso, verso oriente, si posa con piacere sui colossali castelli di pietra, non negate ad essi la vostra paternità e siate con soddisfazione grati alla natura, e al grande Dio, che ci hanno donato questa bella visione su queste nostre montagne.

Nella nostra modesta azienda, abbiamo fatto del nostro meglio per dare lavoro a più persone possibile e nessuna di queste può lamentarsi. Questa è la nostra “fedina” che nessuno può offuscare. Dietro di noi ci sono fatti e non solo chiacchiere, possiamo essere alteri e con la coscienza tranquilla, anche di fronte alle più stupide dicerie, espressione invidiosa dei pavidi e dei pettegoli. […]

Pur considerando i molti fattori estranei, quali il fascismo, la guerra, ecc. che negli ultimi decenni, hanno contribuito a spegnere il concetto ideale della vita e a diminuire il senso della civile solidarietà fra la gente di Fiemme, siamo con ragione amareggiati per l’enorme danno che dobbiamo subire come vicini, nonché la Valle, consentito dal contegno della maggioranza. […]

Come è possibile, che uno o più individui, possano apprezzare e perciò beneficiare, spiritualmente e materialmente un frutto, un dono o una grazia per il cui possesso, non solo non hanno mai sacrificato nulla, ma mentre gli uomini morivano a milioni, per offrire al mondo la libertà stavano e egoisticamente indifferenti in attesa di buttarsi con il vincitore? […]

Non è forse l’offerta e il sacrificio che purifica e crea la spirito forte, collaudando attraverso la sofferenza, il carattere dell’uomo? Non è forse solo chi lotta e soffre per un’idea umana, che può dare l’esempio, per una più solidale convivenza, che può capire e amare la vita, guadagnando così la vittoria su sé stesso e con essa la maturità e la forza, per aiutare il prossimo a trovare la via per una vita onesta e serena?

Cosa ha fatto la nostra generazione? Si è lasciata deviare, si è lasciata stordire e si e sottomessa al comodo “lagon esser”, perdendo così l’antico mordente combattivo dei nostri avi. […] La nostra generazione, è stata vittima di troppe disgrazie, di troppi inganni e delusioni. Per conseguenza, fra gli uomini di Fiemme, è venuta a mancare la fede, il calore e la fiducia per la cosa pubblica, e così, siamo giunti all’inerzia e al disorientamento. […]

Il rinnovamento del mondo, contribuirà a superare con più facilità, anche la nostra crisi e permetterà la ripresa della vita normale. Va tenuto però presente, che la Comunità, è un Ente economico autonomo, produttore di indispensabile materia prima, e può perciò, continuamente vivere e progredire. Dato dunque che la Comunità sente l’influenza politica solo di riflesso e non quale fattore determinante, la crisi mondiale non ci impedisce di pensare e curare i nostri casi economici.

Infine, teniamo sempre presente, che il costante benessere, di Fiemme, non può regalarcelo Degasperi o Stalin, ma può sempre e solo, essere procurato dai fiammazzi stessi, quando e se lo vorranno. La natura, ci ha dato la vista per vedere lontano e l’istinto della solidale convivenza, ci ha spinti a invitare il prossimo, a partecipare alla stessa visuale e, così ispirati e anche guidati dall’esempio delle passate nostre forti generazioni, abbiamo sentito in noi una missione, e fedeli ad essa, abbiamo indicato la via della ricostruzione, che si chiama, «Piano Triennale».

Ora, partendo, esso rimane il nostro lascito, ed esprimiamo l’augurio, che non rimanga una nostra utopia, ma che, in un non lontano domani, possa attuarsi, per il bene di tutta la nostra gente. Ed ora, per noi, scende il sipario che chiude, un atto del dramma reale e contemporaneo di Fiemme.

Sulla scena ha debuttato, spontaneamente, con fede e passione U. F. ed essa, ha portato, fino in fondo, la sua parte. Non ci è rimasto che andarcene.
Ora è rimasta la maggioranza a recitare la farsa.
Con la maggioranza sono però rimasti gli amici e i non vicini, i quali approvano, applaudono e fra loro si strizzano l’occhio e ridono.

Sinceramente, Alfredo Paluselli Fiemme – Primiero, sopra i 2000 metri.

Maggio 1950

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